Il restauro

Vittoria alata / Il restauro

Un lavoro complesso di elevata specializzazione

 

Il restauro della Vittoria Alata è durato poco più di due anni, compresi i mesi di interruzione forzata delle attività a causa dell’emergenza sanitaria. La statua è arrivata il 12 luglio 2018 presso i laboratori di restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ed è ripartita verso Brescia il 16 ottobre 2020. Un tempo relativamente breve, considerata la complessità e la laboriosità dell’intervento, che ha richiesto un’articolata programmazione dei tempi e un imponente sforzo organizzativo fra le tante persone e istituzioni coinvolte. 

Come avviene per tutti gli interventi diretti dall’Opificio, i restauratori, gli archeologi, gli esperti scientifici e i numerosi specialisti che si sono presi cura della Vittoria Alata non si sono limitati a mettere in campo azioni mirate per la conservazione del delicatissimo bronzo ma, d’intesa con i referenti della Fondazione Brescia Musei, hanno affrontato una vasta campagna di studi e ricerche per acquisire ogni possibile informazione su aspetti costitutivi, strutturali, tecnologici e storico artistici.

I dati raccolti in fase di progettazione, implementati dalle ulteriori indagini effettuate in corso d’opera, hanno contribuito ad arricchire significativamente il quadro delle conoscenze finora note sulla statua fornendo, da un lato, la base di partenza per futuri monitoraggi conservativi e dall’altro, l’occasione per più approfondite letture dell’opera dal punto di vista storico-artistico.

Le ragioni dell’intervento di restauro

Il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei hanno condotto nel tempo procedure e buone pratiche finalizzate a mantenere costantemente sotto controllo lo stato di conservazione della statua. Questa efficace attività di prevenzione ha permesso di mettere in evidenza uno stato di sofferenza strutturale dovuta al non più corretto funzionamento del supporto progettato negli anni Trenta dell’Ottocento, quando fu previsto l’inserimento all’interno della statua di un dispositivo metallico, tenuto in posizione da un pesante riempimento, per consentire l’esposizione in verticale della scultura con ali e braccia inserite.

Un ulteriore motivo di preoccupazione era costituito da possibili rischi connessi all’interazione dei materiali del riempimento, costituito da pezzi di legno, frammenti di terracotta e altri materiali legati insieme da un impasto a base di colofonia, con le pareti interne della statua.

Si rendeva inoltre necessaria una verifica complessiva dello stato di conservazione dell’opera che è stata scandagliata sotto molti aspetti, dalla valutazione dei punti di debolezza esistenti – quali vecchie fratture, lesioni e difetti di fusione – all’esame analitico delle superfici esterne ed interne, rese accessibili dopo lo svuotamento della cavità interna.


Comune di Brescia, Fondazione, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e Opificio delle Pietre Dure, visto il comune obiettivo di ricerca intorno alla Vittoria Alata e data l’esigenza di intraprendere un percorso organico di conservazione sulla statua, hanno quindi siglato un protocollo d’intesa e dato avvio al progetto.


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Statua della Vittoria Alata di Brescia prima dell'intervento di restauro

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Gli studi preliminari e il trasferimento a Firenze

L’intervento di restauro è stato preceduto da una serie di sopralluoghi a Brescia, il primo dei quali nel marzo 2017, a cui sono seguiti studi mirati per acquisire ogni possibile dato utile a migliorare la conoscenza dello stato conservativo della statua e a programmare le linee principali delle attività.

Il trasferimento all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, avvenuto nel luglio 2018, ha dato avvio a un complesso intervento di restauro e di ricerca che ha coinvolto quasi trenta professionisti: restauratori, archeologi, esperti scientifici e altri specialisti sono stati impegnati nelle attività di conoscenza e di conservazione della Vittoria Alata.

La rimozione controllata del riempimento 

Nell’affrontare il restauro della Vittoria Alata l’equipe dei progettisti si è trovata di fronte a un problema ricorrente nelle opere oggetto di passati interventi conservativi. È frequente che si debbano rimuovere, come nel nostro caso, materiali e dispositivi inseriti intenzionalmente e ritenuti validi all’epoca, ma che oggi presentano potenziali elementi di rischio anche a causa del deterioramento dei materiali stessi.

L’operazione di rimozione controllata del riempimento ha richiesto più di sei mesi di tempo ed è stata condotta seguendo, per quanto possibile, i principi dello scavo stratigrafico archeologico, catalogando ed analizzando i materiali del riempimento via via che venivano rimossi.

L’estrazione ha richiesto l’utilizzo di attrezzature ed utensili specifici, in qualche caso presi in prestito da discipline ed ambiti diversi dal restauro, appositamente individuati per consentire di rimuovere il materiale senza danneggiare il bronzo antico e muovendosi in spazi ristretti, irregolari e poco illuminati. Nel complesso sono stati rimossi quasi 100 kg di materiale di varia natura presente in concentrazioni differenti nelle cavità interna.

Al termine di queste operazioni non solo è stato possibile sfilare e conoscere in dettaglio l’ingegnoso dispositivo metallico ideato nell’Ottocento ma anche ispezionare le pareti interne del corpo della Vittoria e trarre preziose informazioni sullo stato generale di conservazione della statua e sulla tecnica di realizzazione dell’antico bronzo.

La pulitura delle superfici

Le superfici bronzee sono state oggetto di un’accurata azione di pulitura, che si è svolta in maniera graduale e selettiva, nel rispetto delle discromie e diversità morfologiche tipiche dei bronzi di provenienza archeologica. Sono stati alternati, a seconda delle caratteristiche dei depositi superficiali e dei prodotti di protezione da rimuovere, metodi chimici (eseguiti con prodotti innovativi rispettosi del materiale costitutivo, dell’operatore e dell’ambiente) a metodi meccanici attuati con una strumentazione idonea alla superficie su cui si doveva intervenire.

In alcune zone più delicate è stata utilizzata la fotoablazione laser che permette di agire con forte selettività e questo metodo si è rivelato particolarmente utile per recuperare la doratura nelle parti coperte dalle alterazioni.

Per la rifinitura della pulitura di ali e vesti è stato determinante anche la sabbiatura criogenica, che tramite l’utilizzo di microparticelle ghiacciate di CO2, ha consentito di ottimizzare la pulitura anche nei punti più impervi e nascosti, come i profondi sottosquadri del panneggio e le asperità superficiali, senza lasciare residui.

L’applicazione laser è stata utilizzata anche per il trattamento localizzato di alcuni limitati punti che, per conformazionee/o evidenze scientifiche potevano fare sospettare che ci fosse corrosione potenzialmente attiva, ottenendone con questo sistema la stabilizzazione.

Al termine dell’intervento la statua è stata protetta con prodotti di natura reversibile per creare una barriera isolante fra le superfici appena trattate e l’ambiente circostante.

Le indagini scientifiche

Tra le indagini che sono state eseguite sulla statua, l’analisi dei depositi e delle incrostazioni superficiali ha supportato le operazioni di pulitura, mentre altri studi hanno cercato di fornire una conoscenza più approfondita della sua tecnologia di costruzione. L’analisi dei micro-campioni ha permesso di studiare la composizione della lega del corpo e delle ali della statua, anche attraverso la tecnica di diffrazione neutronica svolta presso il centro ISIS di Harwell (UK). Le indagini sui residui dell’antica terra di fusione rinvenuti all’interno della statua possono aiutare a caratterizzare la provenienza dell’officina bronzistica e ad acquisire informazioni sui processi di formatura.

Uno scheletro tecnologico

Grande cura e alta tecnologia sono state dedicate alla progettazione e realizzazione di un nuovo supporto interno alla statua per sorreggere le ali e le braccia, trovate staccate dal corpo centrale nel 1826 e sino a due anni fa sostenute dal dispositivo ideato nell’Ottocento.

Sulla base di analisi preliminari dei carichi e dei pesi del bronzo ad opera del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale di Sapienza Università di Roma, l’azienda Capoferri con il supporto costante dell’Opificio ha ingegnerizzato e realizzato una struttura simile a uno scheletro, frutto di un lavoro sofisticato di ingegneria, invisibile ma essenziale per assicurare la conservazione della statua e restituirla agli occhi dell’osservatore in tutto il suo splendore.

 

La conservazione preventiva

Gli studi sulla Vittoria hanno anche affrontato questioni inerenti alla conservazione preventiva dell’opera. Si tratta di quel particolare insieme azioni che si intraprendono dopo il restauro per tenere sotto controllo e limitare i potenziali fattori di rischio per l’opera, assicurandone allo stesso tempo la conservazione a lungo termine.
A partire dall’ambiente in cui è esposta, l’aula del Capitolium, dove grazie a un impianto tecnologico sarà possibile garantire il grado di umidità e la temperatura migliori per la conservazione del bronzo.

Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Rielaborazione grafica dello scheletro ottocentesco di Stefano Casu.

Basamento antisismico

Per garantire la conservazione della statua anche in caso di sisma, il basamento della Vittoria Alata è ancorato a una piattaforma antisismica completamente invisibile, grazie alle soluzioni architettoniche adottate.

L’Opificio delle Pietre Dure

 

L’Opificio delle Pietre Dure nasce come Istituto a competenza nazionale nel 1975, dall’unione di due diverse realtà attive da tempo nel campo della produzione artistica e della conservazione delle opere d’arte a Firenze: l’antico e rinomato Opificio, fondato da Ferdinando I de’ Medici nel 1588 come manifattura di corte e trasformato in Istituto di restauro verso la fine dell’Ottocento, e il Laboratorio di restauro, sorto all’interno della Soprintendenza nel 1932, ingranditosi poi nella nuova sede della Fortezza da Basso in seguito all’alluvione di Firenze del 1966.

Il moderno Opificio, dove operano attualmente 107 persone tra storici d’arte, archeologi, restauratori, esperti scientifici, addetti di laboratorio, tecnici, impiegati, personale amministrativo ed ausiliario, riconosciuto nel 2007 quale Istituto Centrale del Ministero afferente ora alla Direzione Generale Educazione e Ricerca, svolge la sua attività in tre settori principali: la conservazione propriamente detta, tramite gli undici Settori specialistici di restauro; la ricerca, sia pura sia soprattutto applicata ai casi in corso di restauro, organizzata intorno al Laboratorio scientifico; la didattica, tramite la Scuola di Alta Formazione e di Studio, una delle tre Scuole di restauro ufficiali dello Stato.

opificiodellepietredure.it

ATTIVO DAL 1975


DAL 2007 ISTITUTO DEL MINISTERO


CONSERVAZIONE, RICERCA, DIDATTICA


107 PERSONE OPERATIVE


Laboratorio Dipinti su tela e tavola ridimensionato (1)

Un'iniziativa promossa da
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